domenica 27 settembre 2015

LA CULTURA DI MASSA OGGI. V. CODELUPPI, La rivincita degli integrati, IL MANIFESTO, 26 settembre 2015

In una società che appare essere sem­pre più domi­nata dalla per­so­na­liz­za­zione e dall’individualismo, esi­ste ancora qual­cosa che possa essere chia­mato cul­tura di massa? È vero che la dif­fu­sione del Web ha enor­me­mente poten­ziato negli ultimi anni le pos­si­bi­lità espres­sive di cia­scun indi­vi­duo, ma è anche un dato di fatto che l’industria cul­tu­rale con­ti­nua più che mai a sfor­nare pro­dotti che otten­gono un enorme suc­cesso com­mer­ciale attra­verso la loro dif­fu­sione a livello pla­ne­ta­rio. È il caso dun­que di doman­darsi se può esserci ancora uno spa­zio oggi per una rifles­sione sulla cul­tura di massa. E con esso anche uno spa­zio che possa con­sen­tire lo svi­luppo di una visione cri­tica di tale cultura.


La ricerca sulla cul­tura di massa in Ita­lia ha pro­ba­bil­mente il suo testo fon­da­tivo in Apo­ca­lit­tici e inte­grati di Umberto Eco. Tale testo è uscito nel 1964 e, in occa­sione del cin­quan­te­simo anni­ver­sa­rio dalla pub­bli­ca­zione, è stato esplo­rato a fondo da venti autori in un volume curato da Anna Maria Lorusso: 50 anni dopo Apo­ca­lit­tici e inte­grati di Umberto Eco (Alfa­beta 2 – Derive Approdi, pp. 149, euro 16). Se dopo tanti anni ci si inter­roga ancora su Apo­ca­lit­tici e inte­grati, è pro­ba­bil­mente a causa della pro­po­sta for­mu­lata da Eco in que­sto volume di guar­dare alla cul­tura di massa delle società avan­zate da una nuova pro­spet­tiva. Una pro­spet­tiva basata sull’idea che, come ha sot­to­li­neato Gian­franco Mar­rone, uno dei venti autori del volume curato da Lorusso, «Per stu­diare la cul­tura di massa e i suoi media biso­gna arre­trare lo sguardo, e andare in cerca non delle verità dell’ultimo momento, delle varia­zioni di super­fi­cie delle cose e delle idee, delle forme e degli stili, ma degli schemi inva­rianti su cui que­ste stesse muta­zioni si fon­dano». Eco dun­que ha arre­trato lo sguardo per poter osser­vare meglio ciò su cui si con­cen­trava la sua attenzione.

La mente incarnata

Gra­zie all’approccio che ha adot­tato, Eco, come ha osser­vato Lorusso nella sua intro­du­zione, ha potuto stu­diare i con­te­nuti dei media e met­tere in evi­denza che essi sono un oggetto che va con­si­de­rato molto seria­mente. Pos­sie­dono cioè la stessa dignità della cul­tura tra­di­zio­nale. Ma Eco ha anche mostrato in Apo­ca­lit­tici e inte­grati che il fun­zio­na­mento dei media dev’essere esa­mi­nato, più che in ter­mini di effetti pro­dotti sui desti­na­tari del mes­sag­gio, all’interno di un cir­cuito sociale nel quale pro­du­zione e rice­zione inte­ra­gi­scono reci­pro­ca­mente. E nel quale dun­que chi riceve il mes­sag­gio è in grado anche di modi­fi­care quest’ultimo. Si tratta dell’idea del pri­mato dell’interpretazione del let­tore e dello spet­ta­tore, un’idea sulla quale Eco ha basato gran parte della sua rifles­sione semio­tica suc­ces­siva. È un’idea comun­que attra­verso la quale Eco, come ha osser­vato un altro dei venti autori coin­volti da Anna Maria Lorusso e cioè Marco Bel­po­liti, ha mostrato in Apo­ca­lit­tici e inte­grati che poteva affron­tare la cul­tura di massa senza essere né un apo­ca­lit­tico, né un integrato.
Eco nel volume Apo­ca­lit­tici e inte­grati, più che pro­porre un metodo di lavoro, l’ha mostrato in azione, uti­liz­zan­dolo per ana­liz­zare nume­rosi casi, che vanno ad esem­pio da Super­man a Char­lie Brown, da San­do­kan a Rita Pavone. L’ha appli­cato cioè a vari pro­dotti che l’industria cul­tu­rale aveva creato e lan­ciato con suc­cesso sul mer­cato. Ci si può però doman­dare se oggi sia ancora pos­si­bile ragio­nare in que­sti ter­mini, dato che la dif­fu­sione dell’uso del Web ha radi­cal­mente modi­fi­cato il con­cetto di pro­dotto cul­tu­rale e la rela­zione che gli indi­vi­dui pos­sono avere con esso.
A dire la verità, Eco in Apo­ca­lit­tici e inte­grati intuiva già quello che è suc­ces­si­va­mente avve­nuto e par­lava della neces­sità di stu­diare i media nelle loro cor­re­la­zioni, cioè con­si­de­rando la loro natura inter­me­diale, il loro «tra­dursi» reci­pro­ca­mente. Ma l’espansione del Web ha enor­me­mente poten­ziato le capa­cità rela­zio­nali dei media, modi­fi­cando pro­fon­da­mente lo sce­na­rio cul­tu­rale. Oggi, infatti, i pro­dotti cul­tu­rali ope­rano in una dimen­sione che è quella del net­work, in cui devono assu­mere mol­te­plici forme e vivere infi­nite vite. E in cui anche il pub­blico non è più pas­sivo, ma si inscrive total­mente all’interno del pro­cesso di pro­du­zione dell’immaginario culturale.
È neces­sa­rio dun­que chie­dersi se un approc­cio come quello pro­po­sto da Eco oggi possa essere ancora adot­tato. La rispo­sta è com­plessa, ma alcuni signi­fi­ca­tivi spunti di rifles­sione su que­sta que­stione ci ven­gono offerti da Nicola Dusi nel suo recente volume Dal cinema ai media digi­tali. Logi­che del sen­si­bile tra corpi, oggetti, pas­sioni (Mime­sis, pp. 253, euro 22).
Dusi si inter­roga su come i nume­rosi cam­bia­menti inter­ve­nuti nel sistema media­tico con­tem­po­ra­neo abbiano por­tato l’analisi semio­tica a ripen­sare i suoi tra­di­zio­nali stru­menti di ana­lisi. Ciò ha voluto dire porsi soprat­tutto il pro­blema del rap­porto tra testo audio­vi­sivo ed espe­rienza cogni­tiva, sen­so­riale e affet­tiva dello spet­ta­tore. Non a caso Dusi ha affron­tato nel suo volume l’analisi di nume­rosi casi (che appar­ten­gono a diversi ambiti media­tici: cinema, trai­ler, serie tele­vi­sive, videoarte, ecc.) e l’ha fatto con­di­vi­dendo soprat­tutto l’idea della semio­tica con­tem­po­ra­nea che la mente è «mente incar­nata» e dun­que quando spe­ri­menta l’atto di visione è stret­ta­mente legata al mondo e ai sensi del corpo umano.

Il tempo sospeso del Grande Fratello

Un’altra inte­res­sante rifles­sione sulla cul­tura di massa con­tem­po­ra­nea è stata svi­lup­pata da Let­te­ria G. Fas­sari, docente alla Sapienza Uni­ver­sità di Roma, sui can­di­dati al rea­lity show Grande Fra­tello, un pro­dotto esem­plare della cul­tura media­tica con­tem­po­ra­nea in quanto pie­na­mente inter­me­diale. Fas­sari ha scelto di son­dare con vari stru­menti di ricerca oltre 700 par­te­ci­panti ai pro­vini di sele­zione del Grande Fra­tello. I prin­ci­pali risul­tati del suo lavoro sono con­te­nuti nel volume Poplife. Il rea­li­ty­smo tra mime­ti­smo e chance sociale (Carocci, pp. 117, euro 13), dal quale emerge un’esplicita ana­lisi cri­tica, che però è rela­tiva, più che ai con­te­nuti del pro­gramma con­si­de­rato, alla con­di­zione di vita dei can­di­dati che aspi­rano a entrare nel pro­gramma stesso. Una con­di­zione nella quale le per­sone hanno la neces­sità di riu­scire a col­lo­carsi all’interno di un flusso infor­ma­tivo in cui lavo­rare e comu­ni­care ten­dono a coin­ci­dere. Diventa per­tanto fon­da­men­tale per esse saper comu­ni­care al meglio con il pros­simo. Anche per­ché ciò oggi non è una sem­plice richie­sta pro­ve­niente dalla società, ma un vero e pro­prio obbligo sociale impo­sto dalle reto­ri­che della crea­ti­vità e della per­for­mance. Il dovere degli indi­vi­dui di adat­tarsi a dei ritmi che ven­gono loro impo­sti dall’esterno non riguarda dun­que più sola­mente il tempo di lavoro, ma l’intera esistenza.
In que­sta situa­zione, per i can­di­dati al Grande Fra­tello il modello del rea­lity si pre­senta come una ras­si­cu­rante via di fuga da una realtà che offre ben poche oppor­tu­nità di rea­liz­zare un pro­prio pro­getto di vita. Ovvero si pre­senta come uno «spa­zio sospeso» nel senso in cui lo inten­deva lo psi­coa­na­li­sta Donald Win­ni­cott, in quanto si tratta di un luogo che non appar­tiene né alla realtà esterna, né al mondo inte­riore del sog­getto. In esso, infatti, ci si nasconde, si sospende il giu­di­zio su di sé e si può anche pro­vare a rein­ven­tarsi. Insomma, la casa del Grande Fra­tello è vista da coloro che aspi­rano ad entrarvi anche come uno spa­zio in cui è pos­si­bile sot­trarsi al mondo della pro­du­zione e dell’utilità pro­dut­tiva e in cui, per­sino, è pos­si­bile sfer­rare un attacco «alla vit­to­ria del prin­ci­pio del lavoro in un mondo in cui il lavoro non c’è più».
Fas­sari si domanda cosa possa suc­ce­dere qua­lora que­sto orien­ta­mento verso la fuga dalla realtà diventi per­ma­nente. Qua­lora cioè, come oggi spesso accade alle gene­ra­zioni più gio­vani, l’intera vita venga affron­tata cer­cando con­ti­nua­mente di entrare in un qual­che «spa­zio sospeso». La sua rispo­sta è influen­zata da alcune recenti rifles­sioni svi­lup­pate in ambito psi­coa­na­li­tico, per le quali un orien­ta­mento di que­sto tipo inde­bo­li­sce nell’individuo la spinta all’azione eser­ci­tata dall’immaginario e deter­mina dun­que una grave crisi della capa­cità di gene­rare forza creativa.

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